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Glossarietto di vocaboli dialettali fermani | 2010

 glossarietto

Glossarietto di vocaboli dialettali fermani

Pietro Cipriani
a cura della Società Operaia di Fermo
2010

  

Si sente spesso dire che il dialetto stia scomparendo, stia morendo: permettetemi di dissentire.

Il dialetto è il registro linguistico che si sceglie quotidianamente per parlare con gli amici, la famiglia. E’ lo strumento che meglio di altri esprime la cultura di un territorio. Il dialetto, i suoi accenti, le intonazioni e cadenze, si acquisiscono quasi per imprinting fin da piccoli. Molti gruppi hanno scelto di musicare testi dialettali. Il teatro poi costituisce il naturale e prolifico palcoscenico di molte opere in vernacolo. Anche il web è stato coinvolto da questa fase di riscatto dialettale.

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Workshop about taste: jam, preserve & Co

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 Gli ingredienti ci sono tutti per realizzare una deliziosa marmellata d'arance, in una versione particolare: con bucce d'agrumi misti. Ph: Nicola Pezzotta

How long is a jam supposed to be cooked for? How can I be sure it’s ready? How much sugar do I add in order to get a decent result? How can I guarantee the healthiness of the product? What’s the difference between jam and preserve?

These and more other questions have been treated during the first “Con in faccia un po’ di sole” workshop entirely dedicated to jams and preserves. A full immersion in a fascinating world which represents a stimulating part of the confectionery sector.

Wines, liqueurs, spices, aromatic herbs, fragrant flowers, dried fruit, everything can make a jam or a preserve a little richer, growing its perfume, characterising the aroma, donating a singular taste and a captivating consistency, which means making it unique.

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Silenzio e meditazione nelle Marche

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Abbazia di Chiaravalle di Fiastra (Urbisaglia). Ph: Nicola Pezzotta 

Tutto tace.

Silenzio.

Il silenzio era pesante, quasi opprimente. Una voragine in cui sembrava di cadere senza sosta.

Più il tempo passava in questa condizione permanente e più si tentava di ascoltare qualcosa che in realtà non c’era. Se ne sentiva il bisogno, per spezzare la catena che sembrava tirare giù, in fondo.

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Santa Maria di Portonovo: la perla dell'Adriatico

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 Santa Maria di Portonovo. Ph: Nicola Pezzotta

Di giorno bianca di quella candidezza abbacinante che, per non restare accecati, ti fa coprire gli occhi con la mano. Qualche gabbiano urla il suo disappunto per la tua presenza in quel posto. Profumo di resina e pini.

Di notte silente e misteriosa. Civette e gufi cantano e ti scrutano nascosti nella vegetazione della macchia mediterranea. La luce proveniente dall’interno ti spinge ad entrare e nel momento in cui superi la soglia sembra quasi come farsi avvolgere da un caldo abbraccio.

Una cosa, però, è sempre presente in sottofondo, di giorno e di notte. Basta accostarsi alla parete nord. Lo senti?

E’ il rumore del mare. Lì sotto, davvero a due passi da te.

Già solo questo fatto la renderebbe unica, ma c’è molto di più.

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La torre civica di Macerata: un ritorno al passato con il nuovo orologio

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 La torre civica in piazza della Libertà a Macerata

Quella che sto per raccontarvi è una storia che ci riporta al 1500, in una piazza di una città, dove non si discuteva ancora di telecamere si, telecamere no, di pedonalizzazione o di parcheggi.

La piazza era un luogo di incontro, un posto dove passeggiare, incontrarsi e parlare. Una piazza dove, allo scoccare di ogni ora, si stava con naso all’insù per ammirare l’orologio realizzato dai fratelli Ranieri, maestri di grande fama.

La famiglia Ranieri, infatti, era molto famosa per l’esecuzione e la lavorazione di orologi meccanici, e ad essa va il merito di aver introdotto in Italia automi semimoventi a decorazione degli orologi civici.

Le abili ed esperte mani di questi maestri orologiai avevano realizzato l’orologio di piazza San Marco a Venezia e quelli di Ferrara, Reggio e della città di cui vi sto parlando, Macerata. Qui, in piazza della Libertà, lo avevano costruito con cinque figure lignee raffiguranti la Madonna col Bambino, i Re Magi ed un Angelo.

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Castelli sospesi tra sogno e memoria | 1993

Coldelce, Genga, Monteviole – Serra di Genga, Ripe

 castelli pesaro

“Vidi per la prima volta la Pieve di Sant’Eracliano nel 1972. La prima sensazione fu di stupore e di ammirazione, perché mai mi sarei immaginato di vedere un edificio così imponente ed armonioso in un luogo tanto solitario”. Le impressioni di Leonardo Moretti, autore del libro “Castelli sospesi tra sogno e memoria. Coldelce, Genga, Monteviole – Serra di Genga, Ripe” (scomparso nel 2009), sono le stesse che proviamo nel leggere le descrizioni, restituite quasi sotto forma di racconti, di queste piccole realtà nella provincia di Pesaro. Il nostro stupore è nel costatare come, da una attenta lettura del territorio, si possa, attraverso una approfondita e rigorosa ricerca d’archivio, restituire l’identità di un luogo quando ben poco resta a rammentarci degli antichi insediamenti. Dove ora vediamo solo erbose o aspre colline sorgevano un tempo antichi castelli, piccoli borghi e nuclei abitativi del tutto scomparsi, salvo rare eccezioni come nel caso della Pieve di Sant’Eracliano a Coldelce, ricostruita nel 1840 e oggi in stato di abbandono. Un territorio spogliato del suo passato che rivive grazie alla lettura del materiale storico rintracciato dallo studioso, tra atti notarili, catasti e visite pastorali. Scopriamo così che a Coldelce, il cui nome deriva da Collis Ilicis, cioè Colle dell’elce per la presenza dell’omonima pianta nota anche con il nome di leccio, a 320 metri s.l.m., vi era nel XIV secolo un nucleo fortificato con varie abitazioni ed annessa casa comunale, e poco distante dal castello sorgeva la primitiva Pieve di Sant’Eracliano, di cui si hanno notizie sin dal 1069. Costituiva un piccolo centro alle dirette dipendenze della vicina Urbino, con un’economia prettamente agricola, basata su coltivazioni cerealicole, pastorizia e boschiva e che poteva contare nella seconda metà dell’Ottocento 254 abitanti. Oggi gran parte del territorio si presenta ricoperto da boschi.

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La Chiesa di San Pietro in Valle a Fano: "galleria di rare pitture"

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Fano, Chiesa di San Pietro in Valle. Ph: Fabiola Cogliandro

Percorrendo via Nolfi, uno dei cardini più importanti dell’antica Fanum Fortunae, incontriamo la seicentesca chiesa di San Pietro in Valle, la cui facciata incompleta in laterizio e il portale dalle forme semplici e spoglie, nulla lasciano intuire sulla sfavillante ricchezza decorativa dell’interno. Ci induce invece subito a pensarlo l’identità della committenza, la Congregazione dell’Oratorio dei Padri Filippini fondata a Roma nel 1575, che ha trovato nella figura del nobile fanese Girolamo Gabrielli (1561-1629), primo fondatore e guida della Congregazione a Fano, l’artefice della costruzione dell’edificio nel primo decennio del Seicento. Le chiese filippine, infatti, si caratterizzano per una profusione nell’utilizzo di marmi policromi, in una combinazione di dipinti, affreschi e decorazione plastica e scultorea di cui la nostra non è da meno. Risuonano pertanto ancora vive ed eloquenti le parole dello storico ed abate Luigi Lanzi (gesuita e archeologo originario di Treia in provincia di Macerata) che la definì “galleria di rare pitture” nel suo volume Storia pittorica della Italia edito sul finire del Settecento. Perché certamente rare e prestigiose dovettero esserlo - e lo sono ancora - agli occhi di nobili, prelati e semplici cittadini, oltre gli affreschi che tutt’ora si ammirano, le tele che ornavano gli altari delle cappelle gentilizie realizzate da nomi di primissimo piano nel panorama artistico Sei - Settecentesco, quali Guido Reni, Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, Simone Cantarini, Giovanni Francesco Guerrieri.

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