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I vulcani di fango nelle Marche (con video)

Vulcanello Monteleone di Fermo

Vulcanello di Fango Monteleone di Fermo, Santa Maria in Paganico. 

Stai passeggiando lungo una delle pittoresche strade di campagna marchigiana e tutto ad un tratto, con tuo iniziale sgomento e poi successivo stupore, vedi fuoriuscire dal terreno non molto lontano da te un liquido grigiastro. Pensi subito che si sia rotta una tubazione, ma capisci subito che non è acqua, ma fango liquido.

E’ così che potrebbe avere inizio l’eruzione di un vulcano di fango in eruzione.

Questa immagine che ho voluto delinearvi potrebbe accadere a chiunque di voi in qualsiasi momento, ma solo se vi trovate in qualche posto preciso e siete particolarmente fortunati. Infatti è molto raro vedere dal vivo l’eruzione di un vulcano di fango, soprattutto nelle Marche.

Di cosa sto parlando? Che cos’è un vulcano di fango?

Già la parola “vulcano” dovrebbe avvicinarvi alla soluzione. Il vulcano di fango è un “vulcano” che erutta fango anziché lava. Ho voluto mettere tra virgolette la parola vulcano perché ciò che avvicina questo fenomeno con quello più importante con lava e lapilli è il fatto che entrambi hanno qualcosa che fuoriesce dal sottosuolo fino in superficie attraverso un camino vulcanico, formando alle volte un cono con le deiezioni. Nient’altro. Per i vulcani di fango non si parla di attività vulcanica ma di “vulcanesimo sedimentario”. Infatti l’avvenimento è dovuto principalmente a come sono disposti i sedimenti nel sottosuolo e non a risalita di sostanze calde dalle profondità della Terra.

I vulcani di fango sono strutture geologiche formatisi in seguito all’emissione di materiale argilloso sulla superficie terrestre o sui fondali marini. Ma non emettono solo quello. Possiamo affermare con più precisione che buttano fuori una miscela di idrocarburi liquidi o gassosi (di solito l’85% circa è metano) acqua (a volte salmastra) e materiale solido (fango e/o clasti).

schema eruttivo vulcanello di fango

Schema eruttivo vulcano di fango. Fonte: (1)

Viene da chiedersi, come mai e perché proprio in quei punti avviene questo fenomeno?

Nelle aree dove non sono presenti punti caldi (classica attività vulcanica come zona Vesuvio e zona Etna) i vulcani di fango sono generati dalle condizioni geologiche del sottosuolo.

Come sappiamo il territorio delle Marche e di molte altre regioni italiane è costituito da rocce e strati di terreno di origine sedimentaria. In diverse ere geologiche era presente in tutta la fascia che va dalla costa alle montagne un mare diversamente profondo e la deposizione sul fondale di conchiglie, smottamenti sottomarini, flussi argilloso/sabbiosi provenienti da nord hanno creato in più riprese i diversi strati di terreno. Poi con il passare del tempo e l’apporto di ulteriore materiale si è andato a consolidare in maniera sempre più consistente il materiale sottostante.

La roccia più antica affiorante nelle Marche è il Calcare Massiccio ed ha circa 200 milioni di anni. E’ uno strato molto spesso ed è composto dalla fusione dei gusci delle conchiglie di quell’era geologica. Fusione dovuta sia alla pressione degli strati sovrastanti che si sono aggiunti successivamente, che per le forti azioni tettoniche del nostro territorio.

Sentiero delle capre

Affioramento del Calcare Massiccio sul Sentiero delle Capre, tra le pareti rocciose strapombianti dal Monte Priora sul fiume Tenna.

In questa fase di formazione del nostro pianeta potrebbe capitare di avere qualche successione di sedimento fine poco consolidato e che ha trattenuto anche grosse quantità di acqua (ad esempio per la deposizione al di sopra di questo di uno strato di terreno poco permeabile) che presenta una densità minore rispetto alle rocce sovrastanti.

“Il forte carico del litostatico generato dal materiale depositatovi sopra da luogo ad un incremento della pressione tale da indurre la loro sovrappressione e l’inizio della migrazione dei fluidi e quindi della fuoriuscita del materiale”. (1)  Questo avviene in presenza di importanti spessori di sedimenti e elevati regimi di pressione, dovuti anche a sacche di gas presenti nel sottosuolo.

"I fenomeni franosi possono attivare il sistema per l’aumento di pressione del sedimento nel sottosuolo. Faglie e fratture del terreno sono le vie preferenziali di fuoriuscita del materiale. Inoltre la presenza del gas sotterraneo e il suo passaggio da frazioni più pesanti a quelle più leggere è un altro elemento di sovrappressione del terreno e attivazione del vulcano". (1)

Quando il fenomeno ha inizio quello che vediamo fuoriuscire dal terreno è una miscela composta da gas, acqua e terreno e spesso è a temperatura ambiente.

I diversi livelli di gas e acqua che fuoriescono fanno si che l’eruzione avvenga in modo “esplosivo” (se c’è molto gas) o “effusivo” (se c’è molta acqua). Maggiore o minore acqua rende la colata più o meno fluida.

"I clasti sono porzioni dei livelli sedimentari di terreno attraversati dai fluidi in risalita che fuoriescono con l’acqua e il gas e che vengono rimossi e frantumati durante l’avanzamento". (1) .

Una volta fuori il materiale eruttivo tende a seguire la conformazione del terreno e può formare dei coni eruttivi più o meno definiti sempre in relazione alla viscosità. "Generalmente hanno forma conica, un condotto di emissione principale centrale ed elementi secondari superficiali: salse e grifoni. I grifoni sono bocche secondarie di uno stesso vulcano. Le salse sono vulcani caratterizzati da componenti molto fluide e acqua altamente salina. In zone limitrofe si possono avere anche diverse classi di vulcani di fango". (1)

Tipi di vulcani di fango

Tipi di vulcani di fango. Fonte: (1)

In tutto il mondo si contano tantissimi vulcani di fango e alcuni anche molto attivi. Un esempio estremo è quello dell’isola di Giava spuntato già nel 2006 e ancora in piena attività. Ad oggi sono stati sommersi dal fango 12 villaggi e sono state evacuate 13.000 persone. (2)

In Italia si trovano dalla Liguria alla Sicilia, anche se i più famosi sono quelli in Emilia-Romagna, le salse di Nirano, e in Sicilia, zona di Agrigento. Quest’ultimo vulcano situato nella Riserva di Maccalube d’Aragona è salito tristemente alla ribalta perché in una improvvisa esplosione ha provocato la morte di due bambini che si trovavano nelle vicinanze.

E nelle Marche? Ce ne sono diversi e spesso non sfruttati a pieno a livello turistico. Non hanno sempre lo stesso nome, ogni paese caratterizzato dalle sue tradizioni, gli ha dato il suo nome.

Spesso con il tempo il fenomeno tende a calare di intensità e “nei nostri territori esso non è molto vistoso perché i contadini cercano di incanalare l’acqua fangosa e magari pianeggiare, se ci riescono, la zona interessata”. (3)

Vorrei riportare qui di seguito i più importanti e in futuro anche indicarvi l’esatta localizzazione.

 

San Paolo di Jesi (AN) – tribui, bagni, bollitori, salse

Nel territorio di San Paolo di Jesi ve ne sono due: uno in contrada Bagno o Bagni, attualmente contrada Fonte, l’altro in contrada Battinebbia. Sono chiamati “tribui”, “bagni”, “salse” o “bollitori”.

“Il vulcanello di contrada Bagno si presenta in un tratto di terreno pianeggiante come vasta area fangosa, circolare, con diametro di circa 20 metri. In essa qua e là tre piccoli conetti, con fango spesso ribollente. Il luogo incolto è circondato all’intorno da salici, interamente ricoperto di piante palustri.

Il vulcanello di Battinebbia, sulla destra del fosso detto Valle delle Lame, si presentava nel 1951, rialzato sul fossato e con un conetto di emissione fangosa (alto 45 cm, diametro di base 60 cm). Immediatamente all’intorno manca la vegetazione e ci sono pozze fangose”.

Lungo il torrente Cesola c’è una sorgente ricca di sali minerali che “è all’origine del toponimo Acquasalata usato sia nalla zona di questo comune che in quella di Cupramontana.

La sorgente con le sue acque salse è probabilmente da mettersi in relazione con la presenza del vulcanello di fango in contrada Battinebbia, situato a poche centinaia di metri.

Nei secoli passati la sorgente fu apprezzata per le sue prerogative terapeutiche, tanto da essere chiamata acqua santa. Virtù terapeutiche per animali e persone, le acque comunque erano usate allora, come di recente per ricavare il sale. Durante l’ultimo conflitto mondiale infatti molti, per carenza di sale, vi si recavano prelevando acqua che aggiungevano ad altra per cuocere vivande o facendola bollire ne ricavavano direttamente il sale.

Non lontano, nelle vicinanze della sorgente, si ricorda ancora da qualche anziano, un vasaio, che per qualche tempo si dedicò alla realizzazione di brocche, destinate prima di tutto a chi, andando ad attingere acqua, potevano ritrovarsi con le brocche rotte.

Nel bacino del fiume Esino, oltre a quelli di San Paolo, ve ne erano nella valle del Fossato di San Giovanni, affluente dell’Esino, in contrada Calapina nel comune di Monte Roberto. Purtroppo l’abbandono dei campi, lo spianamento dei terreni con mezzi meccanici e la mancanza di leggi nazionali o regionali che permettano la protezione dei siti come “geotipi”, hanno in parte distrutto o reso irraggiungibili fenomeni interessanti dal punto di vista della geografia fisica, come questi dei vulcanelli”. (4) 

Vulcanello Monteleone di Fermo

Vulcanello di Monteleone di Fermo, in località Santa Maria in Paganico.

 Si attestano presenza di vulcanelli (“tribui”) anche a Serra de’ Conti (AN) con emissioni di gas metano misto ad acqua salata e fango ed a Maiolati Spontini (AN).

 

Montegiorgio (FM) – sdrao

Nella zona di Montegiorgio si trova lo “sdrao” e al riguardo ho trovato un interessante articolo di Loretta del Bianco che riporto in parte.

“’Anticamente, negli anni’40, era una grande pozza in mezzo alla quale c’era una buca che buttava fuori della ‘lava di terra’ fredda; mi ricordo, inoltre, che da ragazzo mi divertivo a buttarci dentro le  canne, poiché lo ‘sdrao’ le inghiottiva, come accade nei terreni dove ci sono le sabbie mobili.’ [racconta uno degli abitanti della zona, nda]

‘Sdrao’ è anche il nome di una contrada dove si verifica un fenomeno di risorgiva. Si tratta di una pozza con fuoriuscita di acqua e creta biancastra, detta appunto "lu sdrau". Lungo il torrente Fosa, in territorio di Montegiorgio, esistevano due fenomeni simili, uno nei pressi della contrada Santa Caterina e l'altro nei pressi della contrada Pila. Entrambi questi fenomeni si verificavano nella parte bassa del terreno e raccoglievano le acque di una vasta zona circostante.

Sdrao Montegiorgio

"Sdrao" di Montegiorgio. Foto: Loretta del Bianco

Nello "sdrau" che è attualmente in funzione , la posizione molto bassa rispetto alla vasta estensione del terreno circostante, ha portato alla costituzione di una specie di rialzo, quasi un conetto di derivazione vulcanica, il quale è costituito da fine creta bianca. La pozza in contrada Santa Caterina non esiste più, forse perché è cambiato il sistema di coltivazione del terreno e quindi è stato modificato il regime delle acque, o forse perché il fenomeno si è esaurito naturalmente. Di questo "sdrau" resta una colorazione più chiara del terreno circostante. Delle due pozze, i contadini del vicinato riferiscono che sono molto profonde e che nei tempi passati hanno inghiottito interi carri trainati da coppie di buoi.

In quanto al significato del nome, ritengo debba trattarsi della corruzione della parola "il drago" inteso come mostro nascosto, causa del fenomeno strano.

A conferma di quanto asserito, in una deliberazione della giunta municipale del 1888 abbiamo la denominazione "Sdrago", che contiene esattamente la parola drago.

Dai miei studi sul fenomeno sopra indicato, sembra che la parola 'sdrao' provenga dal l'espressione latina 'ex-de -hore', ovvero 'fuori dalla bocca'. Non da meno è l'ipotesi che il vocabolo provenga dal francese' il sort dehors' (trad. 'esso esce fuori') o dall'espressione dialettale 'sdeorasse', ovvero sentirsi lacerare, aprirsi', usata spesso per definire la fame. Anche quest'ultima, infatti, è ricollegabile al latino 'ex de hore', poi 'ex hore'“. (5)

L’articolo è del 2004 ed è interessante verificare se ancora oggi il fenomeno è in attività.

 

Montappone – Vullicaru

Il vulcano di fango di Montappone, chiamato “vullicaru”, era in attività nell’anno 2013 e ce lo conferma in un articolo un gruppo di ragazzi delle scuole.

Il vulcanello è situato in contrada Saletto, lungo il fosso della Rota, nella Gola del Tarucchio, e “il suo rigonfiamento è di qualche centimetro rispetto alla circostante piana alluvionale. Ciò sembra dimostrare l’esistenza di una spinta idrostatica associata alla risalita di fluidi/gas attraverso fratture. Sulla superficie fangosa grigiastra si formano delle bolle, fenomeno non sempre osservabile”. (6)

"Lu Vullicaru" di Montappone

Anche qui sembra aleggiare leggende locali di interi carri di buoi inghiottiti dalla melma o di antiche testimonianze, come quella di un signore il quale racconta che nel 1937, “lu vullicaru” esplose scagliando il fango fino ad un’antistante contrada lontana un centinaio di metri". (7)

Sono stati reperiti dati e informazioni riguardo al vulcanello misurandone la temperatura (14°C) e la densità (1,92 g/cm2).

 

Rotella (AP) – Sagnasughe

“A Rotella, questa manifestazione è presente in più aree, come per esempio nelle contrade Laura (quasi a confine con Montedinove), La Valle e sulla sponda destra del Tesino, tra il Fosso Breccito e il Torrente della Romita, nelle zone attorno al fosso Torbidello Secondo (tra il Santuario di Montemisio e Capradosso). Sono chiamati “sagnasughe” e questa parola dialettale deriva dal fatto che il loro orifizio funge pure da inghiottitoio e hanno la caratteristica di assorbire tutto quello che cade al loro interno”. (3)

Vi riporto anche uno scritto del 2013, quindi abbastanza recente, che parla dell’evoluzione storica dei vulcanelli nella zona di Rotella.

“Il primo cenno su di essi, formulato su basi scientifiche, risale al Moderni, il quale, in uno studio del 1899, fa riferimento ad alcune “maccalube o salse” presenti lungo le falde del Monte dell’Ascensione, nel comune di Rotella: una in contrada La Valle, una nei pressi di Poggio Canoso ed un’altra nelle vicinanze del fosso Torbidello Secondo.

Nel 1952 uno studio del Bonasera fornisce un quadro puntuale per quanto riguarda lo stato del fenomeno nella valle del Tesino. In contrada La Valle viene segnalata la scomparsa, circa 4-5 anni prima del sopralluogo, avvenuto il 29 aprile 1951, di diversi vulcanelli a causa della messa a coltura dei terreni. Sul versante di destra della valle del Tesino, tre risultano attivi: presso Osteria a quota 415 m, presso Cimitero a quota 440 m e presso Madonna di Montemisio a quota 450 m. Di un quarto, scomparso da poco tempo, vengono segnalate tracce immediatamente a nord-est di Poggio Canoso.

Nella recente carta dei “depositi pli-pleistocenici” tra il Tenna e il Tronto vengono indicati ben sei vulcanelli: uno in contrada Laura, tre presso Poggio Canoso, uno presso il Torbidello Secondo, uno in contrada Canietti.

Si segnala l’interessante ripresa dell’attività di due vulcanelli posti in contrada Laura avvenuta nel settembre del 1986 e durata circa un mese. Il maggiore, posto più a monte rispetto al torrente Laura, ha formato un cono fangoso alto un metro e quindici centimetri, con colata lunga circa 20 metri. Molto del materiale uscito in superficie è tuttora presente e, solidificato, forma un consistente rilievo.

 Nel 1978 il vulcanello posto tra il Tesino ed il cimitero di Poggio, a causa di un’occlusione artificiale del piccolo cratere, ha subito una vera e propria esplosione e per diversi giorni si è osservata la presenza di un cono gorgogliante, a causa del gas in cerca di sfogo, e di emissioni fangose in forma di colate.

Attività costante manifesta il vulcanello presente in contrada Laura presso l’aia di una casa colonica e nelle vicinanze di un pozzo. La forte spinta del gas porta alla formazione di bolle e tende a far risalire un bastone immerso nell’orifizio. Più a monte si notano tracce di un’altra emissione fangosa molto debole. Di un’altra si registra la totale scomparsa.

Presso Osteria, in mezzo ad un podere coltivato, si incontrano due emissioni permanenti di acqua che fino ad alcuni anni fa comportavano anche fuoriuscite di fango, gorgogliamenti gassosi e formazione di apparati microvulcanici. La scomparsa di fenomeni fangoso è principalmente dovuta a drenaggi artificiali con pietrame. Ad una decina di metri, verso il Tesino, è ricordata una “sagnasuga” molto grande ed attiva 30-40 anni fa. Se ne osservano solo tracce.

In contrada Canietti, nelle vicinanze del fosso che scorre presso i confini con il territorio di Force, si è registrata, nel 1986, abbondante attività eruttiva che si manifestava ancora nel 1988, per quanto debole, ma con colata abbastanza ampia. Nel febbraio 1989 era completamente asciutta e si notavano solo tracce di depositi argillosi. Oggi le fuoriuscite argillose sono modestissime e rare, vi si notano però acque alquanto oleose, probabile risultato di emissioni di idrocarburi che sembrano manifestarsi anche alla base del pendio a circa 200 metri dal vulcano principale.

Della “sagnasuga” presso il Torbidello Secondo si notano consistenti tracce dell’apparato, ma da diversi anni, almeno cinque, non si nota alcuna attività, in precedenza molto vivace. Nei pressi si hanno testimonianze di un altro punto di attività eruttiva con formazione di grandi bolle e schizzi di fango, ma al presente non si nota alcun segno”. (8)

Anche sui vulcanelli di Rotella si hanno numerosi racconti che parlano di buoi, cavalli con carri e altri animali inghiottiti.

Vulcanello Monteleone di Fermo

Vulcanello di Monteleone di Fermo, in località Santa Maria in Paganico.

 

Offida (AP) – Salse

“Ad Offida questo singolare fenomeno geologico ha per teatro il cosiddetto Fosso del Lago (il toponimo è indicativo) che si trova ad Est della cittadina, in Contrada San Lazzaro (“lu lach”, come lo chiamano gli offidani)” (3)

“Nel dicembre del 1959 nel Fosso del Lago ci fu una piccolissima eruzione vulcanica, preceduta da forti boati e tremori del terreno. Il fenomeno durò circa 10 minuti e si risolse nell'emissione di fango caldo e nella formazione di un piccolo cono vulcanico alto 5-6 metri. Il dott. Damiani attribuì l'eruzione alla pressione del gas metano che, creandosi una via d'uscita verso la superficie, trascinava con se il fango ad elevata temperatura. Infatti nell'area si avvertiva un forte odore di gas". (9)

 

Monteleone di Fermo (FM) – vulcanelli

Nel territorio di Monteleone di Fermo sono presenti ben 5 vulcanelli di fango differenti per tipologia e dimensione, tutti nei pressi del fiume Ete Vivo.

L'eruzione del Vulcanello di giugno 2016. Video di Nicola Pezzotta

Il più grande di questi, che ha recentemente eruttato, probabilmente a causa di una frana sovrastante, è ancora attivo (ad agosto 2016). Infatti il fango all’interno della “caldera” è ancora molto liquido, nonostante la calura estiva di questi giorni. Si trova in località Santa Maria in Paganico e la fase più significativa l’ha avuta tra il 1° e il 9 giugno 2009 quando il cono di fango formato negli anni è stato letteralmente squarciato dalla potenza eruttiva e un fiume di argilla si è riversato nel campo dei girasoli ancora verdi dei terreni circostanti e poi, successivamente, sul letto del fiume Ete Vivo.

Vulcanello Monteleone di Fermo

Vulcanello Monteleone di Fermo, località Santa Maria in Paganico. Ph: Fabiola Cogliandro

A poca distanza, risalendo il torrente, proprio dentro al torrente, a forma di isolotto, è collocato il secondo vulcanello chiamato “Ete”. Il fango è molto denso e riesce a resistere all’azione disgregatrice dell’acqua.

Risalendo qualche km la strada che costeggia l’Ete Vivo incontriamo il terzo vulcanello proprio accanto alla strada provinciale 112 chiamato “Valle Corvone”. Le emissioni sono frequenti e molto liquide con bocche eruttive molto diverse. Qualche volta il fango invade anche la sede stradale.

Dall’altra parte della strada si trovano gli altri due vulcanelli: “Polla” e “La Croce”. Il quarto vulcanello (“Polla”), di ridotte dimensioni, è al centro del campo ancora coltivato ed è delimitato da una staccionata in legno. Il quinto vulcanello (“La Croce”), 10 metri più avanti lungo la strada provinciale 112, è caratterizzata da una singolare buca stretta e profonda apertasi nel terreno in prossimità della bocca eruttiva che nel tempo si sta ricoprendo di vegetazione spontanea. E’ inattivo da tempo.

Video a cura del Comune di Monteleone di Fermo sui vulcanelli presenti nel territorio.

 

Si attestano importanti fenomeni anche a Belmonte Piceno (FM), Petriolo (MC), Loro Piceno (MC) e Falerone (FM).

 

Aggiornamento del 04 Novembre 2016 

Principalmente a causa del terremoto, anzi, della serie di eventi sismici che stanno sconquassando le Marche, il Lazio e l'Umbria e che vanno avanti dal fine Agosto 2016, i vulcanelli di Monteleone di Fermo si sono tutti attivati.

Il vulcanello "La Croce" inattivo da tempo, ha eruttato una grossa quantità di materiale argilloso abbastanza denso; il vulcanello "Valle Covone" ha eruttato un po' di materiale liquido, anche sulla strada brecciata accanto, ma la cosa sorprendente è la sua crescita. Inizialmente era di una decina di centimetri dal livello della strada, adesso c'è una piccola collinetta di un metro e mezzo. Il terzo vulcanello "Santa Maria in Paganico" è sempre stato quello più attivo e anche stavolta ha emesso una copiosa quantità di fango.

 

Santa Vittoria in Matenano (FM) – vulcanello

Nel territorio di Santa Vittoria in Matenano è spuntato questo vulcanello di fango il giorno 1° novembre 2016 intorno alle ore 14.00. Non se ne aveva assolutamente memoria di un fenomeno simile in questa zona. Si trova lungo la vallata del Tenna, in contrada San Salvatore, ma in una proprietà privata.

L'eruzione è proseguita anche nei giorni successivi con minore entità. Nel primo giorno di eruzione c'è stata una fuoriuscita ogni 15 minuti circa, anche consistente. Il giorno seguente delle piccole eruzioni più diluite nel tempo. Il video si riferisce ad una piccola eruzione della mattina del 2 novembre 2016.

 

Bibliografia

(1) Studio dei vulcani di fango per la definizione della migrazione dei fluidi profondi. Davide Oppo, Tesi di Dottorato ciclo di studi 2009-2011, Dipartimento di Scienze della Terra e Geologico-Ambientale, Università degli Studi di Bologna.

(2) http://www.focus.it/scienza/scienze/i-vulcani-di-fango-belli-strani-e-pericolosi

(3) Flash, la rivista del Piceno. Anno 2004.

(4) http://www.castellidelverdicchio.it/it/curiosit/ 

(5) http://www.ilquotidiano.it/articoli/2004/06/7/20854/sdrao-il-mostro-di-fango

(6) “I vulcanelli di fango, un sito da valorizzare”. Articolo apparso sul Resto del Carlino (Fermo) il 13/05/2013.

(7) “Sentieri in una natura incontaminata”. Articolo apparso sul Resto del Carlino (Fermo) il  30/04/2013.

(8) http://www.montaltomarche.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=295:la-valle-del-tesino-nelle-marche-meridionali&lang=it

(9) www.oasitraicalanchi.it

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